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Notizi di ieri: una moria di vacche a Sommariva Bosco, in provincia di Cuneo, ben 50 morte all'improvviso.

La causa, ormai ripetuta da tutti i giornali, è nel fatto che si sono nutrite di sorgo (Sorghum vulgare o anche Sorghum bicolor). Questa pianta quando giovane e sottoposta a stress idrico, per esempio nei periodi di siccità, può produrre un composto chiamato durrina, che appartiene alla classe dei glicosidi cianogenici.

Questi scindendosi danno vita ad acido cianidrico, la cui formula chimica è HCN e che può ionizzarsi in cianuro, CN-, un potente veleno che blocca la respirazione cellulare.

Ho visto molte persone commentare sgomente o addirittura ipotizzare sabotaggi. Voglio sottolineare però che la fatalità non dovrebbe stupire. La potenziale tossicità della giovane piantina di sorgo è nota in agricoltura tanto che esistono pratiche agronomiche per eliminare la durrina e ottenere fieno per il bestiame, e non si conduce al pascolo finché la pianta non è cresciuta.

Trovo significativo che diverse persone reagiscano con incredulità all'idea che una pianta in un paesaggio "naturale" possa ammazzare così.

Ciò che sembra un fatto eccezionale è in realtà la normalità nel regno delle piante, i cui membri hanno evoluto molteplici modi per difendersi dai loro predatori, in questo caso gli erbivori. La guerra chimica è uno dei mezzi più diffusi ed efficaci.

Talvolta le sostanze prodotte dalle piante sono tossiche in modo selettivo, altre in maniera generalizzata. Persino alcuni composti apprezzati da noi umani normalmente espletano un ruolo difensivo. Per esempio la caffeina presente nelle piante di caffè, tè e cacao ha azione insetticida. Per noi, alle dosi a cui siamo solitamente esposti, non crea problemi. Gli asparagi? Contengono acido asparagusico che ha effetto nematocida.

Ovviamente tutto può diventare un veleno in quantità sufficientemente elevate, e questo è un altro insegnamento importante da trarre dalla natura. Nelle pere c'è formaldeide, ma a concentrazioni troppo basse per preoccuparci. Il veleno di vespa a dosi ridotte è invece studiato come farmaco.

Molte piante che mangiamo sono poi il risultato della selezione artificiale avvenuta nel corso dei secoli per ridurne la tossicità. Oppure sono rese commestibili dalla preparazione. Per esempio la cassava, alimento fondamentale in molti paesi tropicali, contiene anch'essa acido cianidrico, tanto che deve essere pelata, lavata e bollita accuratamente per evitare intossicazioni (e l'acqua con cui è preparata può causare forte inquinamento ambientale). La buccia e i germogli delle patate contengono l'alcaloide solanina. Nei fagioli crudi troviamo fasina.

Purtroppo, questi concetti spesso sono dimenticati, quando nemmeno insegnati, e l'unico messaggio che passa è di un ambiente idilliaco tarato su misura per noi e le nostre attività, in cui ciò che è "naturale" è sempre buono. Non è affatto così e questo episodio deve ricordarcelo.

Foto: Christian Fischer, CC BY-SA 3.0
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ALBERI: BENE COMUNE O BENE DEL COMUNE?
Ho già postato questa riflessione, ma noto che i commenti che vengono fatti ai post di questa pagina, anche se talvolta fuori contesto rispetto all'argomento del post stesso, spesso veicolano proteste legate all'abbattimento di alberi. Le proteste, giustificate o no che siano, che avvengono ogniqualvolta si effettuano degli abbattimenti di alberi, contribuiscono, senza dubbio, ad accendere una “luce” sul tema “alberi in città” e, finalmente, i cittadini si “accorgono della loro presenza”. L’attenzione dei media ha il merito di dare loro visibilità, trasformandoli da esseri spesso invisibili e dati per scontati a presenze "reali", contribuendo al loro “riconoscimento sociale” come elemento di rilevanza nella città e fondamentale per la vita del cittadino. Ma se all’estero i cittadini sono spesso organizzati in associazioni apolitiche che lavorano insieme alle municipalità per migliorare quantitativamente e qualitativamente il verde urbano, in Italia pare più facile attaccare l’Amministrazione di turno, senza ascoltare le ragioni per le quali vengono effettuate certe scelte, anziché mettersi insieme e fare qualcosa di veramente utile per la comunità. Questo vale, dall’altra parte, anche per amministrazioni miopi che, soprattutto sotto la spinta di cittadini ai quali danno “fastidio gli alberi” (per ragioni che non esiterei a definire, bizzarre o che denotano una sconcertante ignoranza, egoismo e ottusità), perpetrano potature scellerate ed effettuano abbattimenti senza alcuna logica.
È nota la mia opinione sul rinnovo graduale delle alberature, sicuramente doloroso, ma necessario per garantire la piena efficienza del patrimonio arboreo nel fornire benefici. Forse è un’opinione scomoda, ma coerente con quanto ho imparato e ancora imparo dalla ricerca e dallo studio quotidiani. E coerente con la necessità di intervenire per contrastare gli impatti del cambiamento climatico in atto. Alcune delle specie attualmente utilizzate potrebbero non essere adatte, o potrebbero non adattarsi in tempi rapidi, a quelle che saranno le condizioni delle aree urbane (e le cronache dopo ogni evento climatico estremo lo testimoniano senza ombra di dubbio), per cui dobbiamo pianificare quanto prima quello che sarà il verde delle nostre città. Averne di più, certo, ma anche mantenerlo in condizioni ottimali.
È bene, tuttavia, ricordare che “Il decisore deve fare i conti tra l’esigenza di garantire la MASSIMA TUTELA della sicurezza del cittadino, l’opportunità di perseguire obiettivi di conservazione del proprio patrimonio naturale, le responsabilità di ordine civile e penale che sono proprie del gestore, e le aspettative dei portatori di interessi legittimi...” come indicato nella “Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile” del Ministero dell’Ambiente.
Detto questo appaiono poco comprensibile anche gli atteggiamenti e i discorsi, più volte riscontrati e sentiti, in cui il cittadino si dimostra ostile nei confronti dell’Amministrazione di turno, preferendo protestare sui mezzi di stampa, o più modernamente, sui social, invece di agire in prima persona nella difesa del patrimonio vegetale. Ad esempio, se vedo le piante in sofferenza per la carenza idrica posso chiamare l’ufficio preposto e segnalare il problema, oppure posso provvedere personalmente o, meglio ancora, mi coordino con altri per irrigare gli alberi.
È sempre il solito problema, che più volte ho sottolineato: gli alberi sono un bene comune quando devono essere, tristemente, sostituiti. Sono, invece, un bene del Comune, quando si devono gestire.
E, anche se (forse) storicamente coerente, trovo talvolta scientificamente e tecnicamente non accettabile, l’imposizione da parte delle varie Soprintendenze di rimpiazzare gli alberi morti o abbattuti, esattamente con la medesima specie che, in certi casi, si è dimostrata non adatta alle attuali condizioni urbane.
Quello di cui abbiamo bisogno sono specie rustiche, in grado di tollerare le condizioni estreme di alcune aree urbane e in grado di fornire i maggiori benefici possibili, con i minori input energetici. In certi casi, possono anche essere le stesse già presenti; in altri forse è più opportuno cercare specie alternative, anche nell’ottica di aumentare la diversità biologica.
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